Bacon, finalmente.
Faccia a faccia, io e quello che di lui resta. Tele alte una persona e mezza che a guardarle da vicino ti mettono quasi paura.
Paura perché ti esplodono davanti nel più violento dei gesti e le sue figure sembrano soffrire, felicemente.
Io lo sapevo.
Io è così che lo immaginavo, io l’ho sentito quel pugno nello stomaco e aspettavo solo di prenderlo, impazientemente. Una vita sui testi di scuola, a cercare notizie, aneddoti, collezionare, archiviare articoli di giornale, libri biografici, a catalogare opere per genere, per data, per colore, significato, per gusto personale, per forza, silenzio, intensità emotiva.
Ho sempre messo Bacon in cima alla lista delle preferenze, ha sempre suscitato in me un interesse morboso, sopra di lui nessuno, neanche Schiele o Klimt, o Guttuso che amo e che ho visto più volte.
Bacon sta la, in alto, che fuma e sorseggia vino come una prima donna inarrivabile.
Quando siamo entrati mano nella mano nell’atrio del Palazzo Reale per fare i biglietti avrei voluto correre fino alle sale con le opere saltando le prime stanze introduttive, dove la gente si fermava a leggere la storia della sua vita e guardava curiosa vecchie fotografie di lui con amici e colleghi illustri…ma nello stesso tempo trattenevo l’impulso e restavo li, dentro quella prima stanza, tra la gente, con Lei e pensavo è una vita che voglio una tela di Bacon davanti al naso e adesso ci sono, a qualche metro e ho paura di correre perché questa è la prima volta, e la prossima volta non sarà uguale, non sarà la stessa meraviglia non ci sarà lo stesso stupore e anche i brividi saranno diversi.
Una sorta di: “ vediamo quanto resisto…”
Una stuzzicante privazione, momentanea, quasi godereccia, anzi godereccia, difficile da spiegare. Poi siamo entrati e mi sono dovuto appartare perché solo a vedere le sue cose, schizzi veloci su pagine di vecchi libri e pagine di giornale semi accartocciate sporche di colore, mi si è strozzata la voce e mi è venuto il magone.
Per la prima volta ero davanti a qualcosa che era passato per le mani di Bacon, che era stato in chissà quale angolo del suo studio, che aveva assistito a chissà quali cose, visto chissà quali deliri…li a un centimetro dal mio naso, separate da un vetro sottile, erano conservate le sue cose.
Siamo rimasti due ore a girare tra le tele che per la maggior parte conoscevo a memoria, che avevo visto, rivisto e rivisto nelle pagine dei libri, era come incontrare dal vero qualcuno conosciuto online, con il quale si è parlato migliaia di volte, si è visto centinaia di foto e ora ci si incontrava.
Ci sono delle giornate che rimangono indelebili nel tempo e aver condiviso questa con una persona che è entrata prepotentemente nella mia vita mi ha fatto sentire completo.
Quando siamo usciti stavo bene.
Io con Lei sto sempre bene, non devo fingere di essere altro, mi prende per quello che sono, posso essere me stesso, indossare i miei vestiti scazzati, le piace seguire le cose che catturano la mia attenzione e il tempo che passiamo assieme non è mai scontato. Non c’è noia, è tutto fitto fitto, tutto scorre che è una meraviglia. Una meraviglia sempre diversa, che si evolve in altro e non finisce mai. A catena.
E poi il sole, la grande piazza con il Duomo, ci siamo fermati a mangiare, metropolitana, fiorista per comprare i tulipani gialli, in colorificio a comprare tele e pennelli nuovi, spesa, casa di mio padre, Milano e la sua vita caotica, tante parole e abbracci rassicuranti, e tutte le ore felici in questa casa che non la ospita, ormai le appartiene.
Dovevamo incontrarci, non c’è altra spiegazione. Sto bene e sono tornato a dipingere.
Io , Lei e Bacon. Che giornate…è primavera.

















Se conto le albe che ho visto nell’ultimo anno mi rendo conto che sono di più delle ore che ho dormito.
Non voglio contare le ore di lavoro, il numero dei cd ascoltati in viaggio, delle sigarette fumate, dei caffè presi, delle tappe in autogrill, dei panini mangiati guidando, delle persone incontrate, dei vaffanculo presi e dati in autostrada, delle indicazioni chieste in una lingua mista tra l’inglese e il tedesco, dei posti nuovi che ho visitato, delle code fatte a malpensa fino a notte fonda, delle telefonate fatte a Lei appena rientrato in Italia, di quelle ricevute, il numero delle feste lavorate, delle partenze improvvise, di quelle programmate, dei cambiamenti dell’ultimo minuto, degli inconvenienti, delle volte che mi sono bruciato le dita con il ghiaccio secco, delle imprecazioni e delle preghiere di ringraziamento per essermi abbioccato alla guida risvegliandomi poi 100, 200 metri più avanti con l’auto ad un cm dallo spartitraffico ma senza il botto, il numero delle cliniche, della gente e dei reparti di degenza dove ogni santo giorno passo la maggior parte del tempo per guadagnarmi la pagnotta.
I test da Milano a Roma per il trasporto delle cellule staminali, le ore passate a studiare per la patente ADR, i farmaci e le sperimentazioni trasportate, le staffette con i colleghi per portare campioni biologici dal confine con la Svizzera alla Sardegna, delle porte spalancate dai medici e ricercatori che nel pieno della notte stavano ancora in laboratorio aspettando il mio arrivo, delle mani strette, dei “ grazie, prendiamoci un caffè “ , dei reparti di oncologia e dei corridoi lunghissimi da attraversare senza guardarsi attorno per non voler vedere ogni volta, il numero delle infermiere sorridenti e di quelle che se facevano un altro mestiere magari era meglio, per loro, per gli altri, per me.
In due anni oggi è il primo giorno di permesso che mi prendo, e neanche giornata intera. Ho finito ieri notte alle 00:15 e alle 4:00 di questa mattina la sveglia già suonava per una commissione veloce a Milano.
La prima giornata che mi prendo e che tanto per cambiare per metà passerò in clinica a fare dei controlli personali. Sarebbe il colmo se mi dovessi trovare a trasportare dei campioni miei da un laboratorio all’altro.
E pensare che fino a qualche anno fa, solo a guardare l’insegna con la scritta ospedale mi scendeva sangue da naso, mentre adesso sono più li per lavoro che a casa mia…è proprio vero che per ogni cosa è solo questione di abitudine, ci si fa il callo, come quelli che mi sono venuti sulla mano sinistra a furia di tenere il volante. I primi nella mia vita.
Vado al fiume oggi, vado senza cane perché quando esco le ore di sole che rimangono me le voglio godere un po’, senza distrazioni, senza pensieri, con i telefoni spenti. Se riesco voglio addormentarmi sui sassi e se non riesco penserò che domani si ritorna al lavoro come sempre ma che la giornata passa e poi venerdì finalmente la rivedo.
